Vi è mai capitato di guardare un bambino unicamente attraverso la lente di ciò che diventerà un giorno? Nella cultura genitoriale contemporanea, il nostro sguardo è costantemente rivolto al futuro. Monitoriamo i percentili, celebriamo i salti cognitivi, tracciamo le tappe evolutive e misuriamo ogni abitudine emergente rispetto a un modello implicito di competenza adulta. Eppure, come suggerisce in modo provocatorio il sociologo Chris Jenks nella sua opera fondamentale Childhood, gran parte di ciò che affermiamo sui bambini parla raramente dei bambini in sé: è piuttosto una proiezione ansiosa e poco esaminata del nostro stesso mondo adulto.
Per decenni, manuali educativi e tabelle di sviluppo hanno trattato l'infanzia come un periodo di apprendistato. Secondo questa prospettiva consolidata, il bambino viene compreso come un deficit implicito: incompleto, indisciplinato e in attesa di essere assemblato in un attore sociale razionale. Sia attraverso le teorie classiche della socializzazione sia attraverso la psicologia dello sviluppo, le istituzioni hanno storicamente considerato i primi anni di vita come materia prima da plasmare verso la conformità sociale. Il giovane essere umano viene concepito non come una coscienza sovrana radicata nel presente, bensì come un cantiere aperto.
Nell'analizzare questa abitudine culturale, Jenks delinea alcuni archetipi ricorrenti che governano la percezione adulta. Il primo è l'idea del bambino come “selvaggio”: una creatura non educata ai gradini inferiori della scala evolutiva, che deve essere civilizzata verso la maturità. Questo impulso storico riemerge ogni volta che l'ansia adulta interpreta i capricci, gli impulsi o le tempeste emotive di un bambino non come esperienze legittime, bensì come errori comportamentali da correggere tempestivamente.
Un secondo modello persuasivo è quello che Jenks definisce “bambino naturale”. Ci rassicuriamo spesso con l'idea romantica che l'infanzia sbocci spontaneamente secondo le leggi della biologia. Tuttavia, nel momento esatto in cui leghiamo tale crescita fisica a rigide scadenze, a criteri diagnostici e ad aspettative culturali su comportamenti “adeguati”, la natura viene silenziosamente sostituita dalla pianificazione sociale. Come ricorda una battuta significativa: i bambini non crescono semplicemente sugli alberi; siamo noi a coltivarli entro i confini dei nostri desideri collettivi.
Il modello probabilmente più diffuso oggi è il “bambino sociale”: concepito come investimento o come palestra civica. In questo contesto, asili, attività strutturate e percorsi educativi fungono da nastri trasportatori, improntando regole, ruoli e logiche funzionali. Il bambino si trasforma nel progetto fai-da-te preferito dalla società, la cui virtù primaria risiede nella docilità e nella futura produttività, orientata verso una destinazione definita dagli adulti.
Il filo conduttore di questi modelli è una tacita e diffusa indifferenza verso la realtà quotidiana dell'infanzia. Che li si consideri piccoli esseri selvaggi da disciplinare, organismi regolati da un orologio evolutivo o futuri cittadini da addestrare, la loro vita presente finisce costantemente in secondo piano. Il gioco viene liquidato come una pausa superficiale tra compiti seri anziché come un'attività ricca di senso, e la loro specifica logica viene sbrigativamente etichettata come irrazionalità. Presumendo che solo l'età adulta rappresenti il pensiero compiuto e il ragionamento valido, trasformiamo l'infanzia in una sala d'attesa in cui nulla ha pieno valore prima dell'arrivo.
Questo mette in luce il paradosso centrale evidenziato da Jenks: la tensione tra divenire ed essere. Quando l'infanzia è considerata solo una fase preparatoria, il suo presente perde il valore intrinseco. Un bambino immerso nel gioco, che inventa una regola o piange per un bastoncino spezzato, non sta facendo le prove generali per la vita adulta: sta vivendo una realtà coerente e significativa in questo esatto momento. Onorare il presente significa chiedersi se stiamo davvero ascoltando i bambini o se stiamo solo aspettando che imparino a parlare il nostro linguaggio.
Ma allora, cos'è un bambino? Forse l'errore consiste proprio nell'ostinazione a cercare una definizione unica e rassicurante. Se ogni epoca costruisce un'immagine dell'infanzia per riflettere le proprie ansie sociali, possiamo davvero affermare di vedere il bambino per quello che è? E se l'infanzia non fosse uno stato imperfetto da correggere, bensì una modalità autonoma di esistenza che mette in discussione le nostre rigide categorie di competenza, ordine e razionalità? Mettendo da parte i nostri schemi evolutivi, potremmo trovarci di fronte a un dubbio disarmante: che nel costante sforzo di insegnare ai bambini come diventare adulti, disimpariamo a riconoscerli come soggetti interi e compiuti nel loro presente.
Riferimenti:
Jenks, C. (1996). Childhood. London and New York: Routledge.
